Ci sono parole che non si spostano da una lingua all’altra senza perdere qualcosa. Teranga si traduce con “ospitalità” e la traduzione è corretta, ma di quella parola non resta quasi niente. Succede la stessa cosa ai patrimoni. Una ricetta di famiglia diventa una scheda. Un mestiere diventa una brochure. Un paesaggio coltivato per secoli diventa un claim in tre parole. Tutto resta vero e non somiglia più a niente.
Tradurre, per me, è l’operazione contraria. Non ridurre finché ci sta: costruire un accesso abbastanza largo perché ci passi anche ciò che è complicato.